In questa fase in cui si stabilisce chi verrà effettivamente eletto in parlamento, si comincia a parlare del cosiddetto “effetto flipper”, che è la ragione per cui vari candidati ancora non sanno se riusciranno a ottenere un seggio oppure no, e sono costretti ad aspettare che siano fatti complessi calcoli. L'effetto flipper scatta al momento dell'assegnazione dei seggi della Camera, che avviene con un sistema detto bottom-up, cioè deciso sulla base delle percentuali prese dalle liste su base nazionali, a partire dalle più alte. Al Senato l'assegnazione avviene su base regionale, quindi questo effetto non c'è.
Per spiegare l'effetto flipper bisogna semplificare un fenomeno a dir poco arzigogolato, e introdurre prima di tutto il concetto dei resti: per esempio se un collegio assegna 10 seggi, e un partito prende il 22 per cento, ha diritto a 2,2 seggi. Gliene vengono assegnati due e lo 0,2 di resto viene messo da parte per i calcoli successivi.
Ma la somma dei seggi ottenuti nei singoli collegi, a livello locale, potrebbe non corrispondere a quello deciso su base nazionale. È in questo questo caso che c'è l'effetto flipper: in sostanza se una lista in un collegio ha preso più seggi di quelli stabiliti a livello nazionale deve cederli, mentre una lista che ne ha ottenuti di meno dovrà riceverli. La lista cosiddetta “eccedentaria”, cioè che ne ha di più, li cede nei collegi dove ha ottenuto i resti minori (lo zero virgola suddetto) alla lista “deficitaria” con i resti maggiori.
È un sistema di compensazione assai complicato, che provoca una serie di incongruenze, come l'elezione di un candidato in una regione che alla fine viene eletto in un'altra.